Testo | | I L P A R A D I G M A O M E O P A T I C O Dall’ aut-aut all’ et-et ARMIDA REBUFFI
La Medicina Classica assume come paradigma quello che si basa sul metodo cartesiano e che viene a costituire il cosiddetto metodo del pensiero moderno occidentale. Separazione, dunque, tra res cogitans e res extensa, necessità di un’ ideale trasparenza cnoseologica. L’assunzione di una concezione “astorica” della ragione e l’opposizione 1tra natura e storia o scienze della natura e scienze dello spirito, pone il problema della demarcazione tra le due aree e la ricerca di un punto, di un fondamento da cui partire, per la formulazione di un metodo scientifico. Ciò che è individuale, storico, singolare, peculiare, diventa ininfluente e addirittura da tralasciare. Il Metodo deve permettere di separare il razionale dall’irrazionale, il vero dal falso, il normale dal patologico, la scienza dalla metafisica.
La direzione è quella dell’avvicinamento asintotico ad una conoscenza infinita e completa (divina).
Si tratta di trovare delle Leggi, la cui invarianza e atemporalità diventa garanzia di un sapere scientifico universale.
L’idea positivista , con la sua visione “statica” e riduzionista non viene messa in discussione.
Il metodo induttivo-deduttivo, che parte dall’osservazione di più casi ed arriva a formulare una legge generale, che deve poi venire verificata attraverso la riproducibilità dei casi osservati ( il cosiddetto “arco della conoscenza”) rappresenta l’unico metodo incontrastato di validazione medico-scientifica.
La Teoria Generale dei Sistemi, sorta alla fine degli anni trenta, si propone di superare lo schema logico-tradizionale di analisi-sintesi e si pone come obiettivo l’integrazione dei metodi delle scienze naturali e sociali.
Stiamo parlando di un “nuovo paradigma” o di “un diverso paradigma scientifico” che si rivolge alla “totalità”, in contrasto con il meccanicismo classico. Il metodo analitico non riconosce le caratteristiche di tipo qualitativo, né ricerca la relazione tra le parti. Il concetto di “sistema” presuppone che il tutto sia qualcosa di più della somma delle singole parti. Il concetto di sistema integra l’invarianza con l’evoluzione e adatta codici particolari ad una determinazione di tipo probabilistico. Il sistema presenta diverse possibilità e un’illimitata capacità costruttiva: ovviamente è anche importante individuare dei limiti. Le proprietà di base del sistema si riferiscono sempre a caratteristiche spaziali e temporali e alla loro connessione nelle dimensioni dell’esperienza. Infatti esiste un sistema ovunque esista un rapporto di spazio e di tempo. Il tentativo di collegamento fa sì che l’indagine dell’oggetto divenga più complessa. Questi collegamenti possono completare il “senso”. Nel mondo contemporaneo occorre salvaguardare sia l’unità dei fenomeni, che la biodiversità. Il modello sistemico può essere una chiave interpretativa abbastanza complessa e al contempo sufficientemente semplificabile. La teoria generale dei sistemi di L.von Bertalanffy, prendendo come riferimento generale il sistema biologico, tenta di superare i limiti del sistema cibernetico che , secondo la definizione di Norbert Wiener, nasce come teoria del controllo e della comunicazione nelle macchine
e negli animali, elaborata secondo un linguaggio formale-matematico. All’inizio la cibernetica si pone importanti limitazioni, dal momento che si occupa di sistemi chiusi, rispetto all’informazione proveniente dall’esterno, dunque di comportamenti prevalentemente meccanici e quindi non si adatta alla descrizione di sistemi reali. Il sistema, come complessità organizzata, può essere riconosciuto per la presenza di interazioni forti ,non lineari e la sua totalità definisce un tipo logico “superiore” rispetto all’analisi- somma della scienza classica. I modelli espressi in termini di LINGUAGGIO COMUNE trovano un posto nella teoria dei sistemi. Le caratteristiche generali dei sistemi sono individuate qualitativamente: inoltre vi si riconosce un ordine gerarchico e un’interazione DINAMICA. Occorre trovare, cioè, degli strumenti capaci di controllare i comportamenti dinamici degli oggetti. In questa visione si accordano, quindi, indicazioni formali e interpretazioni intuitive semplificanti, che definiscono il sistema come un insieme di elementi posti in reciproca relazione e attivi rispetto all’ambiente circostante.
Il modo di pensare dell’uomo deve quindi includere l’aspetto olistico del reale, superando le teorie matematiche e Includendo ogni forma di differenziazione, di autoorganizzazione e di crescente complessità. Come ben si sa, è stato predominante, finora, l’orientamento di Von Neumann, secondo cui occorre procedere risolvendo ogni possibile problema,il che ha portato alla scienza ingegneristica del computer, che ha posto il trattamento dell’informazione, quale nozione centrale della scienza cognitiva, in quanto problema che i sistemi viventi e le macchine devono risolvere.
L’aspetto autonomo e produttore di senso degli esseri viventi è stato quasi completamente trascurato, anche se ultimamente assistiamo ad un rivificarsi di queste problematiche, non essendo stati capaci di produrre macchine intelligenti. Secondo Varela il sistema è organizzato in modo che vi sia una coerenza interna simultanea di tutte le parti secondo un processo cooperativo. Inoltre ritiene che un sistema aperto( come l’uomo), effettui una chiusura ( che non è isolamento!) e che questa possa “produrre un mondo o dare un senso al mondo”. Così gli esseri viventi, attraverso la loro forma particolare di chiusura, creano il mondo così familiare che li circonda. In questo caso riconosciamo una logica della COERENZA, che è tipica dei sistemi autonomi, mentre i sistemi eteronomi di Von Neumann, i sistemi, cioè, determinati dall’esterno, in cui vi è la rappresentazione dell’ambiente, presentano una Logica della Corrispondenza. Un sistema autonomo ha la specifica proprietà, detta “organizzazione autopoietica”, che rende inseparabili l’essere e l’agire. La caratteristica più peculiare di un sistema autopoietico è che si mantiene con i suoi stessi mezzi e si costituisce come “distinto” dall’ambiente circostante. Il sistema autopietico riconosce all’osservatore un ruolo costitutivo, poiché solo la descrizione giustifica i confini tra ciò che si definisce ambiente e ciò che è sistema. L’atto di distinzione separa un oggetto da uno “sfondo” indeterminato.. Lo stesso osservatore è un sistema vivente ed è soggetto ai vincoli delle “coerenze operative” a cui appartiene. La “circolarità” della sua organizzazione fa del sistema vivente un’unità di interazioni ed è quella che gli permette di rimanere un sistema vivente.
Ma autonomia ed eteronomia non sono in opposizione logica. Occorre difendere la causa della “via di mezzo” tra un oggettivismo che richiede un mondo prestabilito di qualità da rappresentarsi e un solipsismo, che nega completamente le relazioni con un mondo.
Questo permetterebbe di eliminare le forme di dogmatismo, che , invece di portare verso l’arricchimento, possono portare verso la cristallizzazione e la distruzione, dovuti alla rigidità del sistema.
La sfida della complessità ci porta a cambiare i tipi di domande, attraverso cui si definisce l’indagine scientifica.
Quindi si impone una rivisitazione dei concetti, dei problemi che si rivolgono alla SCIENZA E ALLA CONOSCENZA.
Occorre reinterpretare, includendo ciò, che era considerato come “residuo e irriducibile” e che impone un allargamento delle categorie e dei compiti della scienza. L’esclusiva attenzione per ciò che è generale e ripetibile si modifica nel rivolgersi contemporaneamente a ciò che è singolare, irripetibile e contingente. Il tempo viene considerato come luogo di creazione e di costruzione. La scienza contemporanea è una scienza sia del generale, che del particolare allo stesso tempo, dell’ordine e del disordine, del ripetibile e dell’irripetibile( non più aut-aut ma et-et ).
La Medicina Omeopatica è più vicina alla scienza contemporanea, perché si riferisce sia al generale, tramite per
esempio la legge dei simili, che al particolare, mediante l’esame e la cura del singolo malato e non della malattia.
La malattia è infatti un’entità astratta, che non potrebbe esistere senza un substrato, in questo caso un soggetto in cui manifestarsi, esprimersi. Ma questo soggetto( e non oggetto) ha una propria coerenza interna, che è in rapporto con la coerenza di altri soggetti, che, come lui vivono entro un sistema dinamico, che ha regole comuni, un proprio linguaggio comune, ma anche peculiarità distinte, che rendono un individuo ben differenziato da un altro e con un proprio senso e significato di vita. La malattia e quindi la totalità sintomatica possono essere viste come l’espressione di una perdita di coerenza del singolo ( e/o del gruppo), che potrebbe avere il significato di innescare la ricerca di un’altra strutturazione di se stesso e quindi di nuovo spingerebbe l’individuo a ricercare il senso e il significato della sua forma di esistenza. Porrei l’accento sulla visione”dinamica” di salute e malattia: la salute ha in sé la malattia latente e la malattia può portare ad un maggior grado di conoscenza di se stessi, o anche ad un’altra strutturazione e questo grazie anche al “simillimum” somministrato, che non fa altro che potenziare l’azione del nostro organismo, che ha già messo in atto dei meccanismi volti a contrastare forse ciò che è immmobile dentro di noi e che si chiama malattia.
I sintomi, in realtà, non sono la patologia, ma sono già il tentativo dell’organismo di superare una certa “rigidità” dell’individuo, di contrastare ciò che dentro di noi non è più “vivente” e che sta perdendo coerenza e che necessita, in certe fasi di emergenza, anche del caotico, dell’irrazionale, per non far morire ciò che è “vita” dentro di noi. I sintomi, con la loro potenza e la loro capacità drammatica, in certi casi, di allontanarci dal contesto produttivo, ci costringono ad una riflessione sulla nostra esistenza. E questo non è possibile in una medicina che si riconosca solo come “oggettiva” e “sempre verificabile”! Essendo l’uomo molto complesso, è quindi evidente che è limitativo esaminare la patologia dal solo punto di vista “scientifico-nosologico”. E’ invece molto più completo esaminare il quadro patologico del soggetto nella sua storia biopatografica, per comprenderne il senso e il significato, inserendo le manifestazioni patologiche nella totalità del soggetto.
Un paradigma di questo tipo è più ricco ed esaustivo della semplice visione riduzionista della Medicina “ufficiale”, anche se anch’esso è incompleto. Esso ha certamente a che vedere con le cosiddettte “scienze dello spirito”, come l’antropologia, la filosofia , la psicologia e la storia. L’uomo è inserito nella storia ed è evento, che, pur conservando caratteristiche costanti, muta col mutare dei tempi. Non esiste un uomo ,che non sia inscritto nel suo tempo ed essendo l’uomo gettato nel flusso del divenire eracliteo, avrà sempre una visione parziale. A maggior ragione avviene quando l’uomo tematizza se stesso ed è quindi sempre contemporaneamente soggetto ed oggetto dell’osservazione.
Mi sembra abbastanza evidente, quindi, che non si possa parlare né di oggettività assoluta, né “verità” di metodo.
Da una sintesi, o da una complementarità tra “generale e particolare”, si può ottenere un approccio al malato più soddisfacente, che ha a che vedere non solo con parametri biochimici-quantitativi, ma che consideri anche i parametri qualitativi, propri delle scienze umane, e che permettono di giungere non ad una “verità assoluta”, ma ad una visione
più ricca e variegata del nostro ”uomo malato”. Una procedura di questo tipo ci permette di conoscere meglio il nostro paziente che soffre e ci permette, non solo di agire su di lui con un farmaco, ma fa in modo che il medico sia esso stesso terapeutico per il paziente e anche per se stesso, in quanto aiuta ad attivare un processo di autoguarigione, come d’altra parte fa il farmaco omeopatico. Infatti, parte della cura avviene nel DIALOGO tra medico e paziente, all’insaputa delle due anime che si incontrano. Se c’è VERITA’ NELL’INCONTRO, c’è VERITA’ DI CURA e ciò porta a trasformazione del malato e del terapeuta ( Gadamer ). Il dialogo in questione non è il monologo “paternalistico”, che stabilisce un’asimmetria tra medico e paziente, o tra chi detiene il sapere e chi non sa, o tra l’adulto e il bambino, bensì un dialogo che, per il suo tipo di linguaggio, interviene nella cura, nella trasformazione di una struttura rigida ad una più armoniosa e flessibile. Questo linguaggio non è certo di tipo matematico-formale, ma è nutrimento che va all’anima, allo spirito e che perciò aiuta nella cura, affinchè lo”spirito, dotato di ragione, che risiede in noi, possa raggiungere i più alti fini della nostra esistenza”, come sosteneva Hahnemann. Per Hahnemann la medicina era “tecnica ed arte”: solo dalla sintesi di entrambe si può giungere ad una medicina che sia capace di avviare il processo di guarigione, che si trova dentro di noi.
Il paziente è come un libro da interpretare: i sintomi ci permettono la lettura del paziente e ci fanno giungere alla diagnosi di rimedio. Ma gli stessi sintomi, dopo essere stati accolti dal medico devono essere reinviati al paziente, affinchè egli stesso ne decodifichi il significato.
La salute non è precisamente un sentirsi, ma un esserci,
un essere nel mondo, un essere insieme agli altri uomini,
ed essere occupati attivamente e gioiosamente
dai compiti particolari della vita.
(Hans-Georg Gadamer-Dove si nasconde la salute. Pag.122)
BIBLIOGRAFIA
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti- La sfida della complessità – Feltrinelli
Valentina De Angelis – La logica della complessità – Bruno Mondadori
Hans –Georg Gadamer – Dove si nasconde la salute – Raffaello Cortina Editore
Hans-Georg Gadamer – Verità e Metodo - Bompiani |